Insana passione

CITAZIONI

Innumerevoli sono i disagi ed i pericoli per l’incauto viaggiatore in questa città (Foggia, ndr.): aria mefitica, sporcizia dilagante, locande scomode ed inospitali, caldo insopportabile, fetori ripugnanti, zanzare ed ogni altra sorta di insetti, freddo intenso, umidità perniciosa, febbre terzana. Indole perversa degli abitanti: svogliati ed insolenti gli uomini, ma anche violenti e consumati da insana passione per vino, gioco d’azzardo e furto; focose le donne, ladre pure esse e soprattutto inclini alla lascivia godereccia.

[Francesco Longano, Viaggi per lo regno di Napoli, Bibliopolis 2005]

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Un piccolo sforzo

In ogni caso la mia storia preferita, e che forse dice tutto quel che ci serve sapere sull’ardore combattivo di Rutger nelle situazioni difficili, si svolge sulla via del ritorno dopo una serata insolitamente alcolica per gli standard accademici, trascorsa in un club di discussione a Uppsala. Rutger era, diciamo, euforico, per cui due giovani assistenti avevano l’incarico di sorreggerlo sulla via di casa. Sulla salita dello Slottsgatsbacken però il fardello si fece troppo pesante, per cui Rutger scivolò lungo disteso sul marciapiede, e lì rimase. Che fare? Ansando disperati, i portatori supplicarono: “Professore, per favore, non riesce a fare ancora un piccolo sforzo?”

Si sentì allora il fagotto accasciato a terra mormorare quasi impercettibilmente, ma in tono deciso: “Sì, ma allora deve essere una birra piccola piccola”.

[Fredrik Sjöberg, Perché ci ostiniamo, Iperborea 2018]

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La genesi del popolo

[Shintaro Kago, La genesi del popolo in Kagopedia, 001 Edizioni, 2018]

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Una casa vuota

Un giorno entro in una casa vuota. Sembra che non ci sia davvero nessuno, così mi spoglio, mi faccio un bagno, preparo da mangiare, faccio il bucato, aggiusto una bilancia e mi esercito a golf nel giardino di casa. Nella casa c’è una donna scoraggiata, spaventata e ferita che non esce mai e piange. Mostro a lei la mia solitudine. Ci capiamo senza dire una parola, scappiamo via senza dire una parola.

Mentre scegliamo in quale casa vivere, ci sentiamo sempre più liberi. Nel momento in cui sembra che la nostra sete di libertà si sia placata, restiamo intrappolati all’interno di una casa buia. L’uno resta in una casa fatta di nostalgia. L’altro impara a diventare un fantasma per nascondersi nel mondo della nostalgia.

[Il regista Kim Ki-duk a proposito di Ferro 3]

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Alåura, quèl êl al problêma?

All’ingresso della festa trovo uno dei tre compagni col cappello che mi aspetta. Accoglienza calorosa. Ha qualcosa da dirmi: “Olivi, dåpp ai ò un queèl da dscårrer…”

“Dimmi pure…”.

“Nå, dåpp, adès fa pûr al cumézzi..”.

Intanto chi ci avviciniamo al palco, mi aggiorna: “Oh, pr al compromesso storico t avèv rasån té. A villa Fontana abbiamo avuto un grande successo: a sän pasè dal 42 al 52 par zånt!”.

Penso fra me: “E’ la storia che va avanti, lo stalinismo che si sgretola. Era un’ideologia conservatrice, senza capacità di allargare i consensi nelle aree meno ideologizzate dell’opinione pubblica: un collante per tenere i ‘buoni’ e perdere tutti gli altri”.

Lui sembra leggermi nel pensiero: “Adesso abbiamo conquistato la maggioranza. Non siamo più la frazione bianca del comune di Medicina…”. Poi, sussurrando, mi ricorda che ha una questione che gli sta a cuore: “Ai ò pò un quèl da dmandèret…”.

“Dimmi, dimmi…”.

“Nå, dåpp…”.

Vado alla tribuna, faccio il comizio, applausi, strette di mano. Poi viene imbandita una tavola con polenta e salsiccia. E finalmente chiedo a quel compagno: “Alåura, quèl êl al problêma?”.

E lui: “Ascåulta mò, Olivi. Mé, quénng’ dé fa, in péina canpâgna eletorèl, a sån andè zå int la cantina. Bän, sént mò: ai ò truvè un quèder ed Stâlin. Bèl, grand, èlt quèsi dû mêter. Se vuèter a n al druvè brîsa, al pòsia vgnîr a tôr ch’al mitän int al nòster salòn?”.

Che in traduzione suona così: “Olivi, ascolta in confidenza. Io, quindici giorni fa, in piena campagna elettorale, sono venuto in federazione. C’era la porta aperta e sono andato giù in cantina. Sai cos’ho trovato? Un quadro di Stalin! Bello, grande, alto quasi due metri. Se voi non lo usate, posso venire a prenderlo che lo mettiamo nel nostro salone?”.

[Mauro Olivi, Il comunista che mangiava le farfalle, Pendragon 2011]

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Nel regno del Nord-Est


Stéphane Lavou © – Pesce impagliato nell’abitazione del tassidermista Walt Driscoll – Nel regno del Nord-Est

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I conti con Stalin

Avevamo sette quadri di un metro per settanta centimetri ognuno. Rappresentavano Marx, Engels, Lenin, Stalin, Mao Tse-Tung, Gramsci e Togliatti. Discutemmo a lungo.

Chi diceva: “Tiriamo via Stalin”. Chi suggeriva: “Tiriamo via i morti e lasciamo solo i vivi”, che erano Mao e Togliatti. Chi obiettava: “E i vivi, poi, cosa faranno, come si comporteranno? Non lo possiamo sapere…”

Alla fine li togliemmo tutti quanti. Decidemmo di spogliare la sezione di tutte le immagini umane, di rompere con qualsiasi culto della personalità. E procedemmo immediatamente a sgomberare le pareti.

Io afferrai il quadro di Stalin e cominciai a tirare. Ma non si voleva staccare dal muro. A causa della condensa, si era come ossidato incollandosi all’intonaco. Alla fine riuscii a svellerlo, ma sulla parete rimase egualmente l’effige di Stalin, perché l’inchiostro era stato assorbito dalla calce. Restammo allibiti. Uno disse: “Bisogna tirare giù il muro!”.

E un altro: “Soncamé, a tiran zå tótta la Cà dal pòpol!”.

[Mauro Olivi, Il comunista che mangiava le farfalle, Pendragon 2011]

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La maledetta

L’unica volta che Giustino Zazzara ha viaggiato indietro nel tempo è stato lì troppo indeciso sul da farsi che non ha saputo in definitiva come approfittarne. È successo di domenica pomeriggio quando era seduto sulla seggiola dove di solito passa il tempo della digestione, mentre attorno i figli e i nipoti seguono alla televisione i risultati delle partite di campionato. Era quindi domenica, c’erano le partite, quasi al novantesimo minuto, Giustino se n’è tornato al venerdì, quando, per dire, avrebbe potuto giocare la schedina con i risultati già in tasca. Ma niente, era un po’ rintontito, preso da altro, forse da quel timore di non saper gestire la situazione dei viaggi indietro nel tempo, come il non modificare le linee temporali e gli avvenimenti e quelle cose lì che si dicono nei film; e dunque non se l’è sentita di muovere nemmeno un dito. È rimasto quindi seduto sulla seggiola tutto il tempo necessario, immobile e in silenzio, aspettando che dal passato se ne tornasse al presente nel momento esatto in cui era tornato nel passato, in sovrapposizione di stati con se stesso, se così si può dire da un punto di vista fisico. Poi, una volta finito il viaggio, Giustino s’è guardato attorno, un po’ confuso, perché i viaggi nel tempo danno una specie di giramento di testa; ha poi pian piano ripreso possesso dei sensi; ha riconosciuto prima i figli, dopo i nipoti, mettendogli a ognuno di loro i nomi che gli appartenevano, Pino, Carmela, Ernesto, Iolanda, e appresso anche gli altri; e poi dopo s’è messo a osservare i movimenti di una donna che di là in cucina s’affaccendava a mettere in ordine, Quella lì purtroppo è mia moglie, ha pensato, ma non si ricordava come nominarla, perché erano anni che non lo faceva, Che fastidio mi dà, schiatterà dopo di me, la maledetta, s’è detto rammaricato fra i denti. Questo particolare lo sapeva per certo perché una volta, seduto dalla sua seggiola dove di solito passa il tempo della digestione, aveva viaggiato nell’altro verso, cioè al futuro, e lì nel futuro c’era la moglie che era tutta presa dall’organizzazione del suo funerale; e si ricordava come chiamava i parenti dal telefono che man mano arrivavano come dei vermetti silenziosi a fargli visita; e la maledetta li chiamava e richiamava come se quella popolazione di vermetti non avesse mai fine, per dire loro che Giustino era morto, ma morto felice, anche se a lui non risultava quel sentimento di felicità. La maledetta era comunque il modo in cui Giustino Zazzara rinominava la sua seconda moglie.   

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Portare via

Io guardandomi intorno pensavo alle terrazze invase dagli sterpi, ai muretti a secco diroccati, ai canali d’irrigazione inghiottiti dal bosco che ero abituato a incontrare sulle Alpi; a quando la nostra montagna era altrettanto curata e a quando quest’altra avrebbe vissuto l’abbandono. Era una strada quella che vedevo là sotto? Sì, accanto al fiume correva una sterrata e proprio mentre la raggiungevamo ci superò un camioncino; un paio d’anni prima, a quanto ci raccontarono, lì non c’era che una mulattiera.
A questo notizia scambiai un’occhiata con Remigio. Lui era nato in un villaggio dove fino agli anni settanta si saliva a piedi, poi era arrivata la strada e l’aveva visto del tutto spopolarsi nel corso della sua vita. Una volta mi aveva detto: quando la strada arriva sembra sempre fatta per portare qualcosa, poi invece si scopre che è fatta per portare via.

[Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cima, Einaudi 2018]

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I secondi più antichi

Gli Egiziani prima che Psammetico divenisse loro re credevano di essere i più antichi di tutti gli uomini. Ma Psammetico salito al trono volle sapere quali fossero i più antichi; da allora ritengono che i Frigi siano nati prima di loro e loro prima di tutti gli altri uomini.

Psammetico poiché per quante indagini facesse non riusciva a sapere quali fossero stati i primi tra gli uomini, escogitò questo espediente: diede due bimbi appena nati, presi da uomini scelti a caso, ad un pastore perché li allevasse presso le greggi, ordinandogli che non parlasse mai dinanzi a loro, lasciandoli in una capanna solitaria, nutriti dal latte di capre con le quali trascorrevano tutto il giorno.

Psammetico fece questo volendo udire quale parola avrebbero pronunciata per prima i bambini.

Quando fu trascorso un periodo di due anni, mentre il pastore apriva la porta della stalla ed entrava, i bimbi correndogli incontro dissero “bekòs” tendendo le braccia. Dopo che li ebbe uditi una prima volta, il pastore restò in silenzio ma poiché spesso si sentiva ripetere quella parola quando andava da loro, lo riferì al suo padrone e questo gli ordinò di condurre da lui i bambini. Uditili anch’egli, Psammetico si informò su quali uomini  chiamassero qualche cosa “bekòs” e trovò che i Frigi chiamavano così il pane. In tal modo gli Egizi, servendosi di questo fatto come prova, riconobbero che i Frigi sono più antichi di loro e loro i secondi più antichi.

Di questo fatto sentii parlare anche dai sacerdoti del tempio di Efesto a Menfi. I Greci invece fra molte altre sciocche storie raccontano anche che Psammetico, fatta tagliare la lingua ad alcune donne, fece poi allevare i bambini presso queste donne.

Erodoto, Storie, Libro II, 2

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