Sciopero in dul Baset

Ai cap ch’è turnàa sü la vuš:
“Fe ‘nda i  telar, liger.
Fe ‘nda i telar o si licenziàa”.
Ma i uperari in mež ai curidur
Stan setàa giò su i casett di spœul
E aj cantan i  canzon dul sucialismo.
“Ven fœura dul Cumon, Bufon,
T’em tœuj i scarp
par andà a Roma”.
Con la so panscia mola
e i  so gambett da selas
Ul Baset l’è già scapàa a Milan.
Can gh’è la malparada
dumandegh mia ul curacc.
Nanca dadrée di füšji spianàa.
E avanti i don cui zocur in man.
Han ciapàa anca la Celesta,
E gh’è già rivàa Ngiulin.
“Tignel, o i  carabigner ga sparan.
Tignel, cal g’ha do tušan da tirà
grand”.
E va’n sciopero anca ul Maino,
Anca ul Belora e ul ‘Ceste Pasta.
Anche Büsti Grand.
I padron, a puš di vedar, scultan
Stremii i pugn sü i mür
E ul rimbumbà da la rizada.
Cu i did fan caminà ul rušari,
Ma cui urecc ben vert, aj speran
Da sentì sparà.

SCIOPERO ALLA BASSETTI

Ai capi è ritornata su la voce:
“Fate andare i telai, disgraziati.
Fate andare i telai o siete licenziati”.
Ma gli operai in mezzo ai corridoi
Stanno seduti sulle cassette di spole
E cantano le canzoni del socialismo.
“Vieni fuori dal Comune, Buffoni.
Ti abbiamo comprato le scarpe
per andare a Roma”.
Con la sua pancia molle
E le sue gambette di sedano
Il Bassetti è già scappato a Milano.
Quando le cose vanno male
Non chiedetegli il  coraggio.
Neppure dietro i fucili spianati.
E avanti le donne  con gli zoccoli in mano.
Han preso anche la Celeste,
ed è già arrivato Angiolino.
“Tenetelo, o i carabinieri gli sparano.
Tenetelo, che ha due bambine da tirare
grandi”.
E va in sciopero anche il Maino,
anche il Bellora e l’Alceste Pasta.
Anche Busto Arsizio.
I padroni, dietro i vetri, ascoltano
Spaventati i pugni sul muro
E il  rimbombare dell’acciottolato.
Con le dita fanno camminare il rosario,
ma con le orecchie ben aperte, sperano
di sentire sparare.

[Umberto Bossi, Sciopero alla Bassetti, in “Ul bartavèll”, pubblicazione annuale della sezione del PSI di Calcinate del Pesce, Bobbiate e Capolago, anno 1982]

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3 Millimeters

[Greg Kahn © – Pastor walking on dock to take boat to service Smith Island3 Millimeters]

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Il medico competente

L’altro giorno c’è stato il medico competente. Quando c’è il medico competente in azienda c’è sempre fila davanti alla porta dove fa le visite, soprattutto prima della bella stagione. Per intenderci, in parecchi l’anno scorso ci siamo anche iscritti a un corso di recitazione per meglio giocarci una carta davanti al medico, ma c’è poco da fare con il dottor Schifandro, ché lui altroché se è competente, e capisce subito se vuoi fregarlo o meno. 

Prima di me c’era Sabatino di Domenico nella stanza col dottore, che si giocava la sua chance con un certo fare esperto da maestro della truffa. E di fatti Sabatino riportava la sua situazione psicofisica più o meno in questi termini.

Sono due mesi che dormo male, dottore, e il dormire male mi porta ad avere mal di schiena che poi a tradimento m’arriva un mal di testa che dopo mi viene difficile concentrarmi, e il non riuscirmi a concentrare mi richiede uno sforzo talmente impegnativo che mi viene un mal di testa che porco cane si tira appresso anche un mal di schiena, che allora mi fa dormire poco, quasi niente, che mi è venuto anche un mal di vivere da due mesi a questa parte, dottore, che passo il tempo a maledire la mia esistenza. Poi il problema è che mi è venuto anche un discreto malessere qua nel petto che vacca la miseria mi preme e mi credo che a un certo punto possa anche arrivarmi un colpo al cuore, che dopo come si fa a distinguere quel male in particolare da quello che mi prende al fegato, che a dolore, dottore, dà fastidio anche più, in confronto al male al petto. 

Al che, mi creda, io ci provo, e mi dico: Sabatino! Prova a riposare, prova a dormire! Ma no, non ci riesco, di dormire, visto che il mal di schiena mi tormenta e non c’è verso di trovare una posizione comoda; allora a lavoro: Siediti Sabatino! e mi ripeto: Concentrarsi! Ma di concentrarmi porco mondo ladro dopo niente, neppure per scherzo ci riesco. 

E in questo stato di sofferenza non vuole che mi si incartino i pensieri? Che a furia di pensarci ecco che il mal di testa fa tutto un suo percorso, s’insinua in una crepa poi corre lungo la spina dorsale, e mi tartassa senza tregua, anche adesso, mentre parlo, ecco, sento male qui… e qui. 

E dottore, due mesi due così, si va avanti come sotto scacco, un’angustia dopo l’altra.

E l’altro ieri stavo quasi per spararmi una rivoltellata alla tempia, ma la pistola dove l’ho messa dove non l’ho messa, qui non ce l’ho più, forse che non ce l’ho mai avuta, una pistola? Può anche essere. Ho anche chiamato la filippina che mi fa le pulizie per sapere se l’avesse spostata, ma è come caduta dalle nuvole, non ne sapeva niente, c’è rimasta male, poveretta, e ha detto che non viene più.

E allora vieni a lavorare, Sabatino, che il lavoro fa bene… sì, bisogna lavorare… ma voglia poca, dottore, niente… troppa sofferenza… restare a casa, sì, posso… almeno di maledire ci riesco.

E qualche secondo dopo Sabatino è uscito dalla stanza del dottore da vincitore, nella mano si teneva stretto un foglietto intestato e un sorriso lungo quanto una stagione in riviera passata a respirare iodio dal mare.

Ma la verità è che fin da subito c’era da avere pochi dubbi su chi l’avrebbe spuntata fra i due titani, perché va bene il dottor Schifandro, medico competente dell’azienda, ma Sabatino, Sabatino di Domenico è un’altra cosa.    

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Coerenza

L’inaffondabile omerico – Luciano De Crescenzo alla ricerca dell’eutanasia perduta

E’ vero che a sedici anni stava con le coetanee; lei è cresciuto ma le sedicenni sono rimaste?

Non è vero, e se lo fosse sarebbe coerenza. Il punto è sono suggestionato dalla bellezza e dalla gioventù. Quando aveva trant’anni Isabella Rossellini (una delle tre donne della mia vita) disse a me, cinquantenne: “Lucià, sei l’amante più vecchio che ho avuto”.

E lei che rispose?

Pure tu.

[Francesco Specchia, Gli inaffondabili, Marsilio 2005]

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Rosa Mogliasso

STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA

Rosa Mogliasso è nata a Susa e vive a Torino. Laureata in storia e critica del cinema, dopo tanti lavori non proprio remunerativi – a parte agente immobiliare in Costa Azzurra e direttore di un club sportivo a Sestriere – ha deciso di prendersi un periodo sabbatico e dedicarsi alla scrittura. Il risultato è entrato subito nella Selezione Barncarella 2010: L’assassino qualcosa lascia, ovvero un romanzo d’esordio da 20000 copie. A questo è seguito, nel 2011, L’amore si nutre di amore, felicissima conferma del suo talento, se non dovessero bastare le recensioni entusiastiche di Luciana Littizzetto, Margherita Oggero e Elio.

[Rosa Mogliasso, La felicità è un muscolo volontario, Salani editore 2012]

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Dispari

[Yoshihiro Tatsumi, I pescatori di mezzanotte, Oblomov 2018]

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Storiella riprovevole sulla pervicacia

Quando uno è messo male l’importante è non perdere la fiducia in quello che si fa, o, come anche si dice, non perdere la speranza che le cose prima o poi si possano metter bene. E proprio così la pensava anche Secondino, un signore imponente di corporatura, che cadeva sempre, cadeva sempre dal letto, dalle scale, ma piuttosto conosciuto in paese per avere un buco nella gola sul quale teneva appoggiato un tappino di sughero e dal quale per esibizione fumava i mozziconi delle sigarette senza filtro. 

Signore che all’età di 66 anni, nonostante la sua situazione finanziaria fosse malmessa e compromessa, confidava ancora su certi rendimenti che lo avrebbero reso ricco; dato che ormai si esercitava in un certo affare fin da quando era piccino, un bambino appena che allegro e zompettante andava alle elementari e, blocchetto delle ricevute alla mano, faceva metter una firma a compagni, maestre e cuginetti compresi. 

Fin quando, però, il grande acquirente, diceva Secondino, e alla parola acquirente faceva uno strano gesto con le dita, come a metterci le virgolette, o le corna, sull’enorme testa che doveva avere questo fantomatico acquirente, non si sarebbe presentato per ritirare le povere animelle che ormai gli appartenevano da contratto, in forma di foglietti sparsi, ritagli di giornali e schedine del totocalcio, fin quando “quello” non si presentava, allora, Secondino restava a tutti gli effetti un disgraziato con un gran passivo sul bilancio. 

E gli toccava per di più fare addirittura la fila alla mensa dei poveri della Caritas, dove, per solidarietà, altri disgraziati come lui gli lasciavano una firma o una X sugli scontrini accartocciati in cambio di pochi spiccioli e poco più.

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Oasi di ilarità

Dacché, ripeto, nei luoghi riservati all’esercizio attivo e passivo dell’autorità, si registrano, e non ad opera di intrusi, scoppi di ilarità alti e frequenti: siano essi luoghi (al chiuso o allo scoperto) conformati al rigore e all’agiatezza di razionali ariosità e lucentezze policrome, superbi di facciata, o tengano invece del cunicolo, del capanno fatiscente, della cloaca o della casamatta. Ma proprio là dove da secoli si stipa la popolazione ministeriale più reietta, tra gli spazi più angusti, negli anfratti più neri che mai non bevvero luce alla sorgente, tra il salnitro, il muschio e la lebbra degli intonaci macerati e lenti, al lezzo dei fiati stagnanti di generazioni e generazioni di burocrati senza nome, proprio là si aprirebbero, ai sensi dell’osservatore avventurato, oasi o meglio focolai improvvisi di ilarità squillante, inquietante, impudica, prossima a volte alla virulenza scomposta e micidiale dell’allegrezza dionisiaca. Anzi, a voler dar credito senza riserve ai primi elaborati della nostra ricerca, l’attitudine al riso amministrativo risulterebbe di norma inversamente proporzionale ai privilegi del grado, cioè allo stato di avanzamento nella carriera, al decoro dell’ambiente e alle ragioni sociali di sicurezza del soggetto ridente. Ma le domande in queste materie sono infinite e quasi tutte ancora senza risposta.

[Augusto Frassineti, Misteri dei ministeri, Einaudi 1973]

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Umiltà

Poi Dio chiama Mosè e gli dice quali sono le cose che si possono fare e quelle che non si possono fare. Le cose che si devono fare sono i dieci comandamenti, quelle che non si devono fare sono i sette vizi capitali. Ora questi sette vizi capitali me li sono studiati. Sarebbero: superbia, ira, avarizia, gola, lussuria, invidia e accidia, cioè le cose più abominevoli del mondo. Il bello è che Dio ce li ha tutti e sette in pieno. La superbia: se c’è uno che è superbo è lui, l’essere perfettissimo potentissimo presentissimo. “Confronto a me,” dice, “Nembo Kid è un imbecille, BUdda lo piglio di tacco, chi è meglio di me si faccia avanti di sopra e di sotto”. Ci vuole un po’ d’umiltà. Il nome stesso: Dio. Se si fosse chiamato con un nome più umile, se avesse detto: sono Guido, non avrai altro Guido all’infuori di me; o non so: aiutati che Guido t’aiuta… piove che Guido la manda. Sui ponti dell’autostrada, ad esempio, la scritta: Guido c’è. Sarebbe più simpatico se fosse più umile.

[Monologo su Dio, Roberto Benigni, in Almanacco delle Prose il Semplice, Anno 1996 N. 4, Feltrinelli]

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Porcelain

[Martin Klimas ©, Untitled (Two Ladies), 2008, Pigment Print]

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