Ferme restando l’esperibilità delle procedure previste dall’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell’ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva,
singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro. […]
Statuto dei lavoratori, art.18, Reintegrazione nel posto di lavoro
Sento le voci. Da un po’ di tempo sento le voci. Ma non delle voci qualunque, indistinte, che non si capisce nemmeno quello che dicono. Io sento delle voci precise, che appartengono dei personaggi precisi.
Una è la voce di Gian Maria Volontè, l’altra è quella di Nanni Balestrini. Cioè, non proprio di Volontè e Balestrini. Sono le voci del questore di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e dell’operaio di “Vogliamo tutto”. Ed è curioso che senta questa due voci precise, che appartengono a due personaggi precisi, che però pur essendo precisi non hanno un nome. Come se fossero le voci di due uomini senza identità, oppure due uomini che hanno un’identità diffusa.
Allora io, da un po’ di tempo a questa parte, quando sento parlare di lavoro, di riforma del mercato del lavoro, di articolo 18, sento anche queste due voci, una da una parte e una dall’altra. Certe volte faccio talmente fatica a raccapezzarmi fra quello che penso veramente e queste due voci che dico ssssssssssst! e dopo provo a far sentire la mia voce, a spiegare perché la discussione sulla riforma dell’articolo 18 mi sembra un’operazione intellettualmente disonesta, buttata lì per provocazione.
Le aziende non assumono perché sennò fanno fatica a licenziare. Non è una provocazione questa? Diciamo che un dipendente combina un guaio, per esempio interrompe a bella posta una linea di montaggio. Ecco, l’impresa, per esempio la Fiat, può accusarlo di sabotaggio e licenziarlo in tronco, per giusta causa, perché un atto di sabotaggio rompe l’elemento fiduciario (lo chiamano così) che c’è alla base del rapporto di lavoro.
I nostri giovani colleghi devono tornare a scuola, nelle università, nelle fabbriche devono entrare e si facciano crescere la barba, i capelli. Indossino tute sporche di grasso. Noi dobbiamo sapere tutto, dobbiamo controllare tutto… Servendoci anche dei nostri figli, se necessario.
Sssssssssst! dico alla voce del questore, stai a sentire, che già oggi, se c’è bisogno di riordinare, di riorganizzazione o magari, chessò, di chiudere una certa area produttiva, l’impresa può licenziare quelli che ci lavorano per giustificato motivo. Già oggi, metti che c’è una crisi aziendale, l’impresa può fare dei licenziamenti collettivi. Gli strumenti ci sono, già oggi, e ci sono anche delle regole per usarli. Ora io dico, vogliamo togliere queste regole? Ma stiamo impazzendo?
Però non sono tanto sicuro, l’ho detto io o quell’altro, che vuole tutto e subito? Ma stiamo impazzendo? ripeto per sicurezza. Vogliamo togliere quelle regole, vogliamo che il padrone licenzi anche senza giusta causa o giustificato motivo? Ooooh, dico, stiamo impazzendo?
L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali, le autorità costituite… L’uso della libertà, che tende a fare di qualsiasi cittadino un giudice, che ci impedisce di espletare liberamente le nostre sacrosante funzioni. Noi siamo a guardia della legge che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo. Il popolo è minorenne, la città è malata, ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere! La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà!
Ma stai buona! – gli dico alla voce – che devo ancora spiegare questo fatto dell’articolo 18 che non si applica alle aziende fino a 15 dipendenti. C’è un motivo, cosa credi? Le piccole imprese, è una cosa abbastanza evidente, fanno fatica a reagire come si deve quando la domanda precipita dall’oggi al domani, o quando c’è la possibilità di meccanizzare un certo processo e bisogna trovare una nuova figura professionale e sostituirla a quella che c’è già. Ecco, il motivo è l’interesse superiore, collettivo, per cui l’impresa ha maggiore libertà nel decidere di quanti lavoratori ha bisogno. Può non piacere, si può discutere di numeri, 15, 30, 60… ma non si può ridurre tutto ad una semplicistica contrapposizione fra lavoratori tutelati e lavoratori non tutelati, e non si può concludere che tanto vale togliere la tutela a tutti.
Un’azienda media o grande c’ha altri mezzi, altre soluzioni. Non lo so, per dire: rotazione delle mansioni, assunzioni con contratti a termine, alleggerimento di certe linee di produzione ed intensificazione di altre…
Non sento nessuna voce che dice che in questo benedetto paese non ci sono le infrastrutture per i trasporti, la merce viaggia su gomma, il costo del lavoro è altissimo perché c’è una tassazione che fa paura, la concorrenza più diffusa è quella sleale, la filiera della produzione si perde in un sistema di eterno subappalto che tutto è meno che economico ed efficiente.
Sento la voce di chi dice che prima di tutto bisogna riformare l’articolo 18. No no e no. È falso, dannoso, immorale e… sovversivo. Sento la voce del questore: Sotto ogni criminale può nascondersi un sovversivo, sotto ogni sovversivo può nascondersi un criminale.
Bestialità come se piovesse, opinioni dall’alto, da chi difende posizioni di forza, interessi particolari, rendite di idee (che sono le più squallide). Ma insomma la sentite? La sentite anche voi questa voce che dice Ma stiamo impazzendo? I padroni ci fanno lavorare come bestie e poi distruggono la ricchezza che noi abbiamo prodotto. Ma è ora di farla finita con questa gente qua. È ora che gli facciamo il culo a tutti questi porci, finalmente, che li facciamo fuori tutti e ce ne liberiamo per sempre. Stato e padroni fate attenzione, è la guerra, è la lotta finale. Andiamo avanti compagni, andiamo avanti come a Battipaglia, bruciamo tutto qua, spazziamo via queste canaglie, spazziamo via questa repubblica.
L’Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto è del ’70, lo slogan Vogliamo tutto del ’71. L’autunno caldo è ancora tiepido, la Legge 300 è stata appena approvata. Lo Statuto dei Lavoratori è il puntoeacapo della lotta fra il padrone e la classe operaia, la tregua momentanea. Lo sanno tutti che le ostilità ricominceranno perché il capitale ce l’ha scritto nel DNA: bisogna sacrificare i diritti dei lavoratori, anche quelli faticosamente conquistati, alla logica del profitto. E, allo stesso modo, un movimento rivoluzionario deve portare sempre avanti le rivendicazioni, spostare ogni giorno più in là l’obiettivo della lotta. Perciò lo sanno tutti, la lotta continua.
Questa voce che sento, che dice Ma stiamo impazzendo? è la premessa, la causa e, al tempo stesso, la contraddizione di ogni conquista sindacale. Noi vogliamo tutto e loro ci danno qualcosa. Noi vogliamo ancora tutto e loro, come niente, ci tolgono qualcos’altro. Ma stiamo impazzendo? Questa voce che sento è la voce di un uomo che all’inizio è un lavoratore anonimo ma poi però rinuncia alla propria individualità di sfruttato e da proletario del sud si fa massa operaia del nord.
Eccola qui, dice la voce, la tanto decantata mobilità: da bracciante a manovale, da disoccupato a muratore, da cantoniere a emigrante. Un destino di sfruttamento che c’ha una sola alternativa ossia il licenziamento.
Solo che dall’Ideal Standard all’Alemagna, dall’Alemagna alla Fiat, l’operaio di Balestrini, l’ex proletario del sud, non si è per niente divertito e anzi, ha preso coscienza della propria condizione e lo ha fatto parlando con gli altri, ascoltandoli, facendo sentire la propria voce, parlando dentro l’orecchio di altri lavoratori, parlando dentro il mio orecchio oppure dentro un megafono, alla testa di un corteo.
E dopo, guarda un po’, quando arriva il lavoro sicuro, il noiosissimo posto fisso, l’operaio massa si organizza e lascia esplodere la sua voglia di rivolta contro il padrone ed il suo sistema di produzione. Una rivolta irrazionale in cui non c’è più posto per strategie, trattative, mediazioni.
Tu puoi essere marxista, anarchico, situazionista, Mao, Lin Piao, tu puoi leggere il libretto rosso, ma tu puoi fare tutto quello che vuoi! Tu non sei un cavallo! Tu sei un cittadino democratico, e io ti devo rispettare… Ma i botti terroristici, le intimidazioni, le bombe, che minchia c’entrano con la democrazia?
Che minchia c’entrano? Niente c’entrano. Ma non importa, l’anonimo individuo non c’è più, c’è l’operaio massa che protesta, la voce precisa che urla, che vuole tutto e subito, senza giusta causa o giustificato motivo, che non dà più ascolto al padrone, al partito, al sindacato… che ascolta solo il proprio odio e la propria frustrazione, che porta la protesta fuori dalla fabbrica fin nelle piazze e sulle strade.
La sentite quella voce? Allora è vero, stiamo impazzendo.