L’instabile

Io sono instabile. la sera per esempio quando ci sono tutti in famiglia sono allegro, racconto delle storie, scherzo, faccio un poco il buffone. Poi d’un tratto mi viene una tristezza improvvisa. Sarà che mia moglie non mi sta mai a sentire, sarà che mi sono ricordato che ho perso la patente, insomma divento triste, triste. Non paro più. Se viene poi qualcuno mi ringalluzzisco di nuovo, soprattutto se parlano di me. Io ho bisogno che si parli di me. Ne ho bisogno perché io sono instabile, non so bene come sono io. Sono un vigliacco? Sì sono un vigliacco. Sono coraggioso? A volte sono coraggioso. Sono avaro? Una volta ho negato cento lire a uno che non aveva le gambe e per di più era tutto storto sulla carrozzella, da chissà quali mali. Niente, non gli ho dato neanche cento lire. E a un altro invece gli ho regalato una penna doro perché mi aveva fatto una piccola gentilezza. Ma com’è la gente? Come siamo? C’è il carattere, o non c’è? O invece è tutto relativo? Come l’acqua che in Arabia la fanno viaggiare sotto terra perché non evapori e la attingono con piccoli argani fresca come fosse venuta dalla montagna, e al polo invece la scaldano sempre perché è di ghiaccio. La gente è sempre la gente, ma com’è? Questa confusione dipende dal fatto che siamo troppo attaccati, non vicini, badate. Attaccati come le mele. Profumano di cose strane, di saponetta, di varechina, di stoccafisso. Così è la gente. I giudici che stanno sempre nelle prigioni, dicono che acquistano l’occhio del ladro. Io personalmente quando sono col ragionier Faglianetti che è un cretino, il mondo, tutto il discorso che faccio anche se l’ho cominciato bene, diventa confuso, stupido. Io col ragionier Faglianetti sono un cretino, profumo di cretino. Invece quando sono col Melati che capisce tutto, che indovina quello che vuoi dire, che t’aiuta persino con le interiezioni i movimenti della testa, allora io mi sento, anzi sono, intelligente. Così con quella zattona della Iole, io non so cosa farci, ma divento volgare. La mano mi parte in modo indecoroso, cosa che non farei per tutto l’oro del mondo con la Milesa. Con la Milesa io sono un gentiluomo inglese. Allora, mi dico, cosa sono io?

[Nino Pedretti, L’instabile, in “Narratori delle riserve”, Feltrinelli 1992]

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Questo è solo l’inizio

Gabriella Forrester: “Per quanto i cartelloni siano un triste spettacolo, personalmente spero che questo ponga fine alla strana vicenda dei tre cartelloni alle porte di Ebbing, nel Missouri…”


Mildred Hayes: “Non finisce proprio un cazzo, brutta ritardata! Questo è solo l’inizio. Manda in onda questo, stronza, sulla tua trasmissione di merda Buongiorno Missouri!”

[Tre manifesti a Ebbing, Missouri – 2017, regia di Martin McDonagh]

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Un giovane silenzioso

[Kuniko Tsurita, Flight, Coconino Press 2019]

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Da dove viene l’eterna corrente?

Gli orologi andranno anche a velocità diverse in montagne in pianura, ma in fondo è questo che ci interessa del tempo? L’acqua di un fiume scorre lentamente accanto alle rive e rapida al centro, ma è sempre un fluire… Il tempo non è comunque qualcosa che scorre tutto dal passato al futuro? Lasciamo perdere la puntigliosa misura di quanto tempo passa, su cui mi sono arrovellato nel precedente capitolo: i numeri per misurare il tempo. C’è un aspetto più essenziale: il suo scorrere, il fluire, l’eterna corrente della prima delle Elegie duinesi di Rilke:

L’eterna corrente // trascina sempre con sé tutte le epoche // attraverso entrambi i regni // e in entrambi le sovrasta.

Passato e futuro sono diversi. Cause precedono effetti. Il dolore segue la ferita, non la anticipa. Il bicchiere si rompe in mille pezzi e i mille pezzi non riformano il bicchiere. Il passato non possiamo cambiarlo; possiamo avere rimpianti, rimorsi, ricordi di felicità. Il futuro invece è incertezza, desiderio, inquietudine, spazio aperto, forse destino. Possiamo viverlo, sceglierlo, perché ancora non è; tutto vi è possibile… Il tempo non è una linea con due direzioni eguali: è una freccia con estremità diverse.

E’ questo che ci sta a cuore del tempo, più che la velocità a cui passa. E’ questo il cuore del tempo. Questo scivolare che sentiamo bruciare sulla pelle, nell’ansia del futuro, nel mistero della memoria; qui si nasconde il segreto del tempo: il senso di quello che intendiamo, quando pensiamo il tempo. Cos’è questo fluire? Dov’è annidato nella grammatica del mondo? Cosa distingue il passato, e il suo essere stato, dal futuro, e il suo non essere ancora stato, fra le pieghe del meccanismo del mondo? Perché il passato è così diverso dal futuro?

La fisica del XIX e XX secolo si è scontrata con queste domande ed è incappata in qualcosa di inaspettato e sconcertante, assai più del fatto, in fondo marginale, che il tempo passi a velocità diverse in luoghi diverse. La differenza fra passato e futuro – fra causa ed effetto, fra memoria e speranza, fra rimorso e intenzione – nelle leggi elementari che descrivono i meccanismi del mondo non c’è.

[Carlo Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi 2017]

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La signorina Rottenmeier

«Ed ecco che appare un testo siffatto, in cui è la Storia con la maiuscola a essere riscritta, non vane chiacchiere da bar. E se la Storia è riscritta, di solito lo si fa con altri errori, giacché l’errore vivifica, risveglia dal sogno realizzato sulla terra, è solo dall’errore che emerge il carattere allucinatorio del mondo.

 Chi, come me, ha frequentato l’università se sentiva il bisogno di errare (per fortuna la nostra lingua possiede un verbo che ci supporta), non può che restar basito di fronte a una vicenda in cui, a parte la pronuncia emiliana di Friedrich Engels, ci imbattiamo nello stesso ricco imprenditore tedesco che legge Heidi la sera per dimenticare Marx, nel regista nipponico Miyazaki che prende a modello la casa di Goethe dove Heidi è assunta come animale da compagnia, in una signorina Rottenmeier che assurge ad avamposto della lotta di classe».

[tratto dal Preludio di Paolo Morelli a La signorina Rottenmeier, Mauro Orletti, Babbomorto Editore 2019]

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Sogno artico

Luca Bracali © – Viaggio fotografico in Finlandia e Norvegia

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Impara l’arte e mettila da parte

Angelo Piedigrossi è stopper di ruolo e a parte le scivolate non sa fare molto altro. Nel bel mezzo di una partita il mister gli urla di fermare l’attaccante, allora lui, Piedigrossi, maglia numero 5, prende la sua rincorsa e scivola verso l’attaccante, e dopodiché prende tutto quello che c’è da prendere. Fuori dal campo Angelo pare ci abbia sempre il pensiero, alle scivolate, c’ha sempre ‘ste gambe scorticate con un rivolo di sangue che gli va giù a macchiare i calzini, e anche quando guarda a una ragazza il dubbio che ci pensi te lo fa venire, perché non riesce a scindere le due cose. Infatti è lì che striscia le suole delle scarpe, come per sentire la qualità del terreno prima di una scivolata. Per lui una scivolata è come una ragazza, ma una ragazza non è la stessa cosa della sensazione che gli lascia una scivolata ben riuscita.   

Siccome il fisico non gli reggerà per sempre per giocare a pallone, certi suoi ex-compagni di squadra, sapendolo incapace di far altro, l’hanno fatto assumere di nascosto in una grossa multinazionale, dove ci stanno a lavorare quasi 1.500 persone, e dove Piedigrossi, un paio di volte al giorno, avrebbe mansione da impiegato ma di fatto ha il compito di uscire lungo i corridoi ricoperti di marmo o gres porcellanato o linoleum e partire giù a scivolare su qualche caviglia a caso. I dipendenti della multinazionale si lamentano, sì, qualcuno addirittura lo si vede piangere, si capisce, per via del dolore iniziale, ma sono più o meno d’accordo e non ce ne sta uno che alla fin fine non si consola con la malattia e i giorni di riposo. Angelo Piedigrossi si ritiene soddisfatto, perché al di fuori del mondo del pallone poteva andargli peggio e invece continua a fare lo stopper, gliel’hanno anche scritto sul bigliettino da visita, stopper, in grassetto; e per di più ha il tempo per curare l’erba delle aiuole della multinazionale, a cui ci tiene come se fosse quella di un campo da calcio. 

Impara l’arte e mettila da parte, ha scritto qualcuno con un pennarello rosso sulla porta del suo ufficio in fondo al corridoio, che quando s’apre è tutto un fuggi fuggi.

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Come una pesante nevicata

Amico, ti racconterò la storia della mia vita, come tu desideri; e se fosse soltanto la storia della mia vita credo che non la racconterei, perché che cosa è un uomo per dare importanza ai suoi inverni, anche quando sono già così numerosi da fargli piegare il capo come una pesante nevicata? Tanti altri uomini hanno vissuto e vivranno la stessa storia, per diventare erba sui colli.

E’ la storia di tutta la vita che è santa e buona da raccontare, e di noi bipedi che la condividiamo con i quadrupedi e gli alati dell’aria e tutte le cose verdi; perché sono tutti figli di una stessa madre e il loro padre è un unico spirito.

Questo, dunque, non è il racconto di un grande cacciatore né di un grande guerriero, né di un grande viaggiatore, sebbene ai miei tempi io abbia cacciato molta carne e lottato per la mia gente, sia da ragazzo che da uomo, e sia andato lontano e abbia visto strane terre e uomini strani. Lo stesso hanno fatto molti altri, e meglio di me. Queste cose le ricorderò nel mio racconto, e spesso potrà sembrare che esse costituiscano il racconto stesso, come quando le vivevo, nella felicità e nella disgrazia. Ma adesso che posso vedere tutto ciò come dall’alto di un colle solitario, so che era la storia di una potente visione, concessa a un uomo troppo debole per servirsene; di un albero sacro che avrebbe dovuto fiorire nel cuore del popolo, con fiori e uccelli cantori, e che adesso si è seccato; e del sogno di un popolo che morì nella neve insanguinata.

[John G. Neihardt, Alce Nero parla, Adelphi 2017]

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La roba pesa, il socialismo, i nuraghi

Prendo un taxi in aeroporto dopo aver concordato la tariffa. L’uomo al volante è serio, non parla, ha modi sbrigativi. Niente dello stereotipo al quale mi sono preparato: gente aperta, sorriso perennemente stampato in volto, una gran voglia di parlare, una buona dose d’improvvisazione per scucire un paio di pesos al danaroso turista. E invece. Trenta minuti di quasi assoluto silenzio dall’aeroporto José Martì alla città, trenta minuti interrotti soltanto dal lapidario commento ad ogni auto sorpassata: «Chevrolet Bel Air del ’55!».

Non so cosa rispondere, perciò sto zitto e guardo fuori dal finestrino. Cerco di non accartocciarmi sui soliti pensieri (“roba pesa” direbbe qualcuno) e di smaltire il cronico mal di testa post atterraggio. Se sono ridotto così dopo 10 ore di volo, mi dico, in quali condizioni sarei sbarcato a Playa Las Coloradas, dopo 7 giorni di navigazione su una barca male in arnese e con un tempo da schifo? «Cadillac Eldorado del ’57!» sentenzia il tassista puntando l’indice in direzione di una full size color amaranto.

Granma, così si chiama lo yacht di 19 metri e rotti con cui Fidel e il Che sbarcarono a Cuba nel dicembre del ’56. A differenza delle auto d’epoca americane che ancora circolano lungo le strade, la barca è oggi arenata nel Museo della Rivoluzione. Le hanno costruito attorno un memoriale, per cui la si intravede attraverso le pareti un po’ sporche di un’enorme teca in vetro. «Ford Fairlane del ’56!» snocciola ostinatamente l’uomo al mio fianco.

Alcuni soldati sorvegliano la Granma 24 ore su 24. Così… non perché ci sia un reale pericolo ma per enfatizzare il suo valore simbolico. La circondano alcuni residuati bellici di un certo interesse: aerei requisiti all’esercito di Batista, il motore dell’aereo-spia abbattuto durante la Crisi dei missili di Cuba e un missile terra-aria in tutto simile a quello che abbatté l’aereo-spia. Sicché il memoriale è qualcosa a metà strada fra un enorme reliquiario laico e un oggetto di propaganda antiquato e decadente. «Chrysler New Yorker del ’54!»

I turisti sciamano intorno a gruppi di trenta persone. Vengono scaricati da autobus inutilmente ingombranti che presto li vomiteranno altrove, al Castillo del Morro, al Capitolio, in Plaza de la Revolución, in un miscuglio improbabile di epoche, idee e narrazioni. Tutto confuso e a portata di fotografia, come l’improbabile parco auto in circolazione, che scarica nafta lungo il Malecòn. «Lincoln Capri del ’55!», l’elenco continua.

Chevrolet, Ford, Chrysler, Lincoln, sono le carrozze per turisti di piazza Navona e di tutte le piazze prese d’assalto da yankee vecchi e nuovi. Una volta ne ho vista una a Viña del Mar, il luogo meno pittoresco in assoluto e anche il meno adatto alla circolazione di carrozze. Eppure era lì, sotto una palma, ad attendere l’inossidabile turista, l’infiaccabile collezionista di gondole veneziane. «Oldsmobile 88 del ’53!»

Intanto il milite ignoto è lì, a piantonare cimeli di una rivoluzione alla quale l’isola sembra ancora legata, forse perché lontanissima nel tempo, distante quanto lo è per noi Italiani lo sbarco dei Mille a Marsala. Mitologia insomma, buona per le celebrazioni e le teche dei musei. D’altra parte un memoriale della rivoluzione serve solo a ricordare che una rivoluzione si è davvero compiuta. E bisognerebbe limitarsi a questo, ai memoriali, evitando di venderne i brandelli nei mercatini. Ma il tempo svuoterà i banchi di souvenir come è successo con Garibaldi, prima icona pop nostrana, oggi completamente assente dalle vetrine dei negozi. Però resta l’Italia unita, come a Cuba resta il socialismo che, a suon di riforme, sbiadisce verso qualcosa di diverso, magari di migliore. Chissà. «Ford Thunderbird del ’56!»

Lungo un muro della periferia dell’Avana riesco a leggere la scritta AMO ESTA ISLA. Forse resterà questo, l’amore sconfinato per un’isola che ha cercato di resistere al capitalismo di stampo imperialista, che è sopravvissuta al crollo dell’Unione Sovietica, che è diventata meta di turismo yankee grazie alla velleitaria pretesa di essere differente dai propri dirimpettai. Senza naturalmente diventare un modello. Perché il socialismo arranca dietro le divise di Fidel e Raoul come la fede cieca e irragionevole dell’Italia unita di Garibaldi arrancava dietro il cinico tatticismo di Mazzini. «La Thunderbird è una gran macchina, ma una Cadillac Eldorado del ’57 non si batte» sentenzia il tassista.

Poco dopo essere sbarcato dal taxi mi preparo una sigaretta davanti al Floridita. Un signore corpulento sulla sessantina si avvicina e chiede ridendo se mi sto rullando erba. «Semplice tabacco» lo deludo. «Lo so lo so», puntualizza con una sguaiatissima pronuncia yankee. Infatti è americano e vive a L’Avana dall’85. Almeno così dice. Ha qui la sua famiglia e quindi si è trasferito dall’Oregon. «Ma odio i comunisti» ci tiene a precisare. «Scelta complicata, gli faccio notare, se odi i comunisti». Non si scompone: visto che non poteva portare la famiglia in Oregon, è venuto lui a Cuba. All’inizio ha trovato lavoro in ospedale. No, non è un medico, era impiegato nella lavanderia dell’ospedale. Adesso lavora alla Real Fábrica de Tabacos Partagás. Però il suo incarico ha poco a che fare con i sigari. Si tratta di leggere: leggere per far passare il tempo agli operai. Trenta minuti per sala, 2 sale per piano, quattro piani in tutto. Al mattino e poi di nuovo al pomeriggio. Al mattino legge il giornale, il “Granma”, guardacaso. Al pomeriggio romanzi. «E chi li sceglie?» chiedo. «All’inizio li sceglievo io, oggi i lavoratori si mettono d’accordo e propongono un titolo. Vargas Llosa, Amado, Cortàzar. Prima, quando a scegliere era il sottoscritto, eran tutti romanzi russi. Fino all’89 i cubani erano abituati ad apprezzare qualunque cosa fosse russa. Come le Moskvič o le Lada. Però le cose sono cambiate e Gogol’ e Tolstoj non vanno più bene. Ci vogliono i gialli, che dureranno per qualche tempo. Poi chissà. Vorranno ascoltare solo la radio».

Gli chiedo cosa leggerà il giorno dopo.

«Dovrei iniziare a leggere un romanzo di Sepùlveda ma senti che idea mi è venuta. Anch’io scrivo e allora domani sai cosa faccio? leggerò il mio libro lasciando credere a tutti che si tratti del romanzo proposto dalla maggioranza. Alla fine vedremo cosa diranno, avrò un giudizio onesto sul mio lavoro».

«E di cosa parla questo romanzo?» domando.

«Dell’83° ribelle della Granma».

«Ma erano 82, lo sanno tutti».

«Non quando sono partiti. All’inizio erano 83. Poi uno di loro ha avuto un ripensamento. Cioè era lì, sulla barca, che guardava i compagni, quasi tutti contenti, dei veri esaltati, e ha cominciato a tentennare. Poi le armi arrugginite, la barca che fa acqua, il comandante con l’asma… gli viene su un ripensamento. Ma che può fare? Fermare la barca non si può, fermare la rivoluzione tanto meno. Allora di notte, quando nessuno lo vede, salta giù, in mare. L’acqua non è troppo fredda e ovviamente ha un salvagente. Sa di rischiare la vita ma, tutto sommato, è un rischio inferiore a quello che correrebbe se sbarcasse a Playa Las Coloradas. Dopo 17 ore a mollo viene ripescato da una nave cargo diretta a Cagliari. “Cagliari va benissimo” dice l’83° ribelle che, a proposito, ha anche un nome: Abel. E quindi arriva a Cagliari e qui deve decidere cosa fare, tornare in Messico oppure cominciare una nuova vita. Da che mondo è mondo la prospettiva di iniziare una nuova vita è migliore del tornare alla vecchia. Da Cagliari Abel si sposta a Olzai, dove inizia a lavorare come meccanico in un’officina che ripara trattori. A insegnargli il mestiere è Csaba, un ragazzo ungherese fuggito da casa per scampare alla violenta repressione del maresciallo Konev. Lo aiutano alcuni giovani compagni e una ragazza polacca, Elzbieta, che ha partecipato alla rivolta di Poznan ed è anche lei finita, chissà come, in quel posto dimenticato da Dio. Insomma, quello diventa il primo nucleo dei Nur, un’organizzazione rivoluzionaria che punta alla costituzione di una società neo-nuragica di matrice socialista. A capo del gruppo c’è Abel, che stringe una bizzarra alleanza con l’Anonima Sequestri e riesce così ad assaltare una caserma dei carabinieri a Mamoiada. Adesso i Nur hanno armi e, soprattutto, notorietà. Circolano voci e leggende. Molti sono convinti che Abel progetti di realizzare in Sardegna quel che Fidel ha fatto a Cuba. In Sardegna non c’è nessun Batista, ma la notizia si diffonde. Sembra quasi certo che la Russia stia mandando aiuti ai guerriglieri dei Nur. E poi un giorno, all’improvviso, Abel ed Elzbieta spariscono. Alcuni pensano sia stata la CIA. Altri sono convinti sia opera dell’Anonima Sequestri che, allarmata da tutto il clamore sollevato, ha temuto di perdere l’anonimato. C’è anche chi è convinto che Abel si nasconda nei boschi del Monte Ortobene, in attesa di dare il via alla rivoluzione. Però Csaba ha un’idea tutta sua, e la CIA non c’entra nulla e così pure l’Anonima Sequestri. Csaba ha visto gli occhi di Abel incrociare quelli di Elzbieta e sa che ancora una volta, per motivi completamente diversi, ha tentennato, come quella notte sulla Granma. Sa che ha scelto il mare, questa volta senza salvagente. Mentre ripara trattori nella sua officina di Olzai, risponde alle domande di un giornalista interessato a scrivere un articolo sulla folle storia dei Nur. “E quindi continuerà a riparare trattori per il resto della vita?” “Finché avrò messo da parte soldi a sufficienza per comprare una Ford Thunderbird del ’56. Dopodiché farò armi e bagagli e andrò lontano da qui”».

«La Thunderbird è una gran macchina» dico allo yankee, «ma una Cadillac Eldorado del ’57 non si batte». Lui mi guarda di traverso come se lo avessi interrotto inutilmente. Ne approfitto per sganciarmi e annunciare che andrò a bere un daiquirì in un posto migliore.  

«Per un paio di pesos ti accompagno a bere il miglior daiquirì di tutta l’Avana, fidati».

«Non è che non mi fidi» gli faccio notare «è solo che in una società neo-nuragica di matrice socialista, pensavo, nessuno dovrebbe fingersi qualcun altro, nessuno dovrebbe inventare storie senza capo né coda per scucire un paio di pesos a un turista qualunque».

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Di ogni Foggia e colore

Dopo sono fatto così, una volta ero a Bruxelles e mi è venuta voglia di andare a Bruges. E tutti a dirmi «che ci vai a fare a Bruges? non c’è mica niente da vedere. Basta un pomeriggio, ti fai un giro, poi via. Sai che palle a Bruges?!» Sono rimasto lì cinque giorni, da solo. Son stato benissimo.

Allora l’altro giorno dovevo andare a Foggia e tutti a dirmi «che ci vai a fare a Foggia? non c’è mica niente da vedere». I più molesti se ne uscivano con l’arcinoto «fuggi fa Foggia». Son stato benissimo anche a Foggia. Certo somiglia poco o nulla a Bruges. Non ci sono canali, non ci sono chiese in gotico brabantino, neppure le atmosfere un po’ cupe delle caotiche apocalissi fiamminghe.

A Foggia, anziché fare il giro delle chiese in gotico brabantino, ho fatto la spola fra luoghi meravigliosamente anonimi: via Arpi, via Alberto Da Zara, via Mario Pagano. A Foggia, anziché fuggire dai Foggiani, ho passato un pomeriggio intero a discutere delle esperienze di occupazione della città: del centro sociale di via Arpi, dello Scurìa di via Da Zara, del laboratorio di politica Jacob in via Pagano. «Tra l’esaltazione mistica e il masochismo estremo», si legge sul muro di fianco all’ingresso del Jacob. E infatti di rione in rione, di marciapiede in marciapiede, di graffito in graffito, ho ripercorso ingenuità, intuizioni, errori, disincanti, «esaltazione mistica e masochismo estremo» di una generazione orfana di tutto.

A farmi da guida Francesco: libraio, scrittore, ultras, libero pensatore, mente lucida, in bilico fra quel che si era e quel che si deve pur essere, oltre ogni retorica, al di là di ogni propaganda, agli sgoccioli della vera ortodossia.

«Abbiamo letto di tutto – mi dice – perfino gli scritti un po’ approssimativi del compagno maoista nepalese Prachanda. Era a 10 km da Kathmandu, con il suo esercito rivoluzionario, e da lì non si muoveva. Ogni tanto qualcuno chiedeva: dov’è oggi il compagno Prachanda? Qualche istante di silenzio, poi immancabile la risposta: a 10 km da Kathmandu. Penso sia ancora lì, dopo più di vent’anni, o magari si è avvicinato un po’, adesso sarà a 9 km».

Poi, lasciato il Nepal per i Quartieri Settecenteschi, mi parla del comitato elettorale “Congrega del Grano Arso” e del suo sovietico ed esoterico candidato alle comunali di Foggia: Gaetana Capogna, detta zia Monaca.   

Un’altra storia da raccontare. Lei, Gaetana, è nata nel 1862, quando vivere a Foggia era una maledizione e fuggire da Foggia una prospettiva. La città non era molto diversa da quella tardo settecentesca descritta da Francesco Longano nel suo Viaggi per lo regno di Napoli: «Innumerevoli sono i disagi ed i pericoli per l’incauto viaggiatore in questa città: aria mefitica, sporcizia dilagante, locande scomode ed inospitali, caldo insopportabile, fetori ripugnanti, zanzare ed ogni altra sorta di insetti, freddo intenso, umidità perniciosa, febbre terzana». Tant’è che ancora nel 1887 il giornalista Giuseppe Adabbo scrive una bizzarra poesia nella quale suggerisce di rivolgersi direttamente al sindaco: «Non gli chiedete, no, lo sventramento // ma solo un pochettin d’innaffiamento, // se no, sul vecchio adagio ognun si poggia, // e dice al forestier. Fuggi da Foggia! »

A 36 anni zia Monaca, alla testa di una folla inferocita – per lo più donne, visto che gli uomini sono a lavoro nei campi – raggiunge gli uffici del dazio per protestare contro l’aumento del prezzo del grano. Come nel resto d’Italia, anche in Puglia è scoppiata la rivolta del pane. L’edificio viene dato alle fiamme. Oltre al Dazio brucia anche il Municipio e con il Municipio gran parte dei documenti della città. Però i cannoni del regno tacciono, mentre a Milano, per ordine del generale Bava Beccaris, fanno strage di civili.

Francesco mi guida nei Quartieri Settecenteschi e mi mostra un murale: il volto di Gaetana Capogna, detta zia Monaca, il candidato sovietico ed esoterico scelto per le comunali di Foggia dalla “Congrega del Grano Arso”, il comitato elettorale messo su dal laboratorio politico Jacob. La cui dichiarazione programmatica è certo meno approssimativa degli scritti del compagno maoista nepalese Prachanda: «Saremo la voce lamentosa dei vecchi in attesa dal medico curante; le coronarie egoiste delle massaie alle casse del Convì; il battito cardiaco accelerato dei pensionati alle Poste centrali; il vittimismo congenito dei sopravvissuti alla retrocessione del ’95; il fatalismo applicato delle nonne che fanno i troccoli». Bisognerebbe aggiungere: il punto da imbastitura delle impavide sarte dello Scurìa.

È la fine di maggio del 2016. Il collettivo 0881 dichiara unilateralmente conclusa l’esperienza del centro sociale “Scurìa”. Lo spazio torna all’università in virtù della promessa fatta all’inizio dell’occupazione: quando partiranno i lavori per l’Università, il Collettivo andrà via. E con lui andranno via concerti, spazi teatrali, un’etichetta indipendente, un orto sociale, una falegnameria, una radio, una sala prove, una palestra, una biblioteca popolare, un’infinità di laboratori. Fra questi, un laboratorio di cucito. È la fine di maggio del 2016, lo Scurìa chiude. L’ultimo giorno, nel trambusto dello sgombero, fra gente del quartiere, compagni del collettivo, spettatori curiosi, poliziotti in attesa, si fanno largo alcune impavide sarte, per nulla intimorite dal caos che le circonda. Quell’ultimo giorno è in programma il loro laboratorio e non c’è verso di farle desistere. E così il rumore delle macchine da cucire diventa il simbolo dello Scurìa che chiude, il punto da imbastitura che tiene assieme il compagno maoista nepalese Prachanda, il sovietico ed esoterico candidato alle comunali di Foggia, Gaetana Capogna, e l’incauto viaggiatore del Longano, quello che si ferma in città nonostante disagi e pericoli, nonostante l’aria mefitica, la sporcizia dilagante, il caldo insopportabile e i fetori ripugnanti.

E a proposito di sporcizia dilagante e fetori ripugnanti: qualcuno, smarrito fra improbabili simbologie celtiche come una megattera fra i canali di Bruges, ha voluto sfregiare il murale di zia Monaca e insultarla con la scritta puttana. A questo qualcuno ha risposto la “Congrega del Grano Arso”:  «Le avete dato della puttana e le avete coperto il viso. Avete dato della puttana ad una figlia dei Quartieri Settecenteschi, ad una figlia di Foggia. Ad una donna coraggiosa e fiera, che guidò i Foggiani a ribellarsi all’ingiustizia. Avete cancellato il viso di una madre morta 96 anni anni fa. Questo è il vostro senso di identità. Questo il vostro onore. Questo siete». Questo sono: gli unici foggiani da cui fuggire.

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