Una visione periferica

Non mi piace iniziare dal titolo, non lo faccio mai. In questo caso voglio partire proprio da lì: “Passaggi. Avventure di un autostoppista”. Si sente che manca qualcosa, si sente che doveva esserci un aggettivo che poi una mente illuminata ha deciso di eliminare.
99 editori su 100, dopo le parole avventure-di-un, qualunque cosa venga dopo, non so, playboy, manager, biologo marino, assessore allo sport, dopo avventure-di-un aggiungerebbero “giovane”. In questo caso uno si aspetterebbe di leggere avventure di un giovane autostoppista. Il che, sinceramente, avrebbe suscitato forti antipatie nei confronti del giovane autostoppista. Invece, questo fatto che l’autostoppista non è giovane, o almeno che la sua giovinezza non venga buttata lì in modo gratuito, mette in una buona disposizione d’animo. Anche perché, una cosa che si capisce leggendo il libro, è che non esiste un’età per decidere di viaggiare in autostop. È come prendere una malattia, ma una malattia che ti può venire a qualunque età e in qualunque momento, un’ossessione. Te ne stai tranquillo per un po’, l’ossessione se ne sta buona e tu quasi te la dimentichi, poi, di punto in bianco, senza preavviso, torna a farsi sentire. E allora che puoi fare? Devi partire!
Dall’America un giorno di maggio ero dovuto tornare – borsa di studio finita, tutto finito. Ero tornato a Milano, dovevo laurearmi, mi mancavano quattro o cinque esami. A Milano mancavano: le aquile dal collare, i cervi dietro la finestra, i rimorchiatori che portano i tronchi d’albero sull’acqua, le foche vituline. Non si poteva restare a Milano. Dovevo partire.
E a proposito di malattia mi viene in mente una cosa. Poco tempo fa è uscito un film, che si chiama “Fedele alla linea”, che è un film su Giovanni Lindo Ferretti, ex cantante dei CCCP, che fedele alla linea non lo è per niente. L’anteprima nazionale del film è stata a Bologna. A questa anteprima erano presenti Giovanni Lindo Ferretti e il regista, il cui nome adesso non ricordo. Nel presentare il film tutti e due si sono affrettati a dire che non si trattava di una biografia, tantomeno della biografia di GLF, ex cantante dei CCCP, ma di un film “barbarico” e “primitivo” su uno spettacolo che Ferretti sta portando in giro ultimamente, uno spettacolo fatto di letture, musica e cavalli, che anche lui, lo spettacolo, è una cosa barbarica e primitiva.
E insomma il film, nonostante quello che dicevano GLF e il regista, è proprio la biografia di Giovanni Lindo Ferretti, tant’è che inizia con l’infanzia di Giovanni Lindo Ferretti e termina con la maturità di Giovanni Lindo Ferretti, e poi ci sono dei filmati di quando GLF cantava nei CCCP e questi filmati sono intervallati da interviste a GLF nelle quali l’ex cantante dei CCCP parla della sua storia, di quando era il cantante dei CCCP, ecc…
Dovevo aspettarmelo da un film che si chiama Fedele alla linea, dovevo aspettarmi che non sarebbe stato per niente fedele alle premesse del regista e del protagonista. Ma insomma. Nel film, che non è una biografia, GLF, parlando della sua biografia, dice che la malattia ha sempre fatto parte della sua vita e che non si può far finta che non ci sia stata.
Ecco, pensando all’impulso al viaggio, che è un po’ come una malattia, o un’ossessione, io direi che questo libro di Pergola, un libro di passaggi, più che essere un libro di viaggio – che in fondo i libri di viaggio sembrano tutti un po’ noiosi – questo libro di Pergola è più simile a una biografia, una biografia anomala però, che anche le biografie, se uno non è Napoleone, anche quelle sono noiose.
“Passaggi” è una biografia anomala, un tentativo di esaurimento di se stessi, alla maniera dei tentativi di esaurimento di Perec. Cioè se uno volesse parlare di Pergola in modo esauriente, anziché partire dall’infanzia di Pergola ed arrivare alla sua maturità, potrebbe benissimo parlare di tutti i passaggi che ha preso e raccontarlo così. Non si tratterà di un racconto barbarico e primitivo, ma almeno di un racconto fedele alla linea. Ed anche di un racconto del secondario.
Perché l’autostop può essere il modo preferito per spostarsi, ma anche una risorsa alla quale si fa ricorso in casi di emergenza, un’alternativa secondaria, insomma. E poi anche perché nella filosofia di chi si sposta per passaggi torna ricorrente una visione periferica della vita che preferisce abbracciare il secondario invece che il primario. Le strade migliori in cui sollevare il pollice sono le strade secondarie (quelle meno battute, certo, ma anche quelle in cui le probabilità di essere caricati dalle auto sono inversamente proporzionali alla frequenza con cui passano). E dopo, una volta caricati, bisogna assecondare l’indole più o meno ciarliera del guidatore, e certe volte parlare di cavalli e geiser, oppure smozzicare qualche frase, o un pezzo di frase, per far capire da dove vieni e dove sei diretto. E anche dove sei diretto, per esempio, non è molto importante quando fai l’autostop, nel senso che dove sei diretto è una direzione ipotetica verso la quale tendi, un punto ipotetico che si potrebbe anche non raggiungere oppure raggiungere ma dopo deviazioni, soste non preventivate e accidenti di ogni tipo.
Dopodiché, come scrive Pergola ci sono anche le attese, tra un passaggio e l’altro. Si possono imparare a memoria la disposizione dei sassolini di ghiaia sul ciglio della strada, la geometria del guardrail, i giochi di confine tra l’erba e l’asfalto. Angoli del mondo non abituati a essere osservati. Fare l’autostop è un po’ come fare un campionamento casuale dei luoghi e della gente.
Sicché non è detto che le attese non siano la parte più interessante, quella che aiuta a sviluppare la visione periferica, a portare in primo piano cose apparentemente secondarie. Può trattarsi di cose piccole piccole oppure di monumenti. A chi verrebbe in mente, in una giornata di pioggia, davanti ad un sito preistorico, di combinare pioggia e sito preistorico in una visione periferica?
Finalmente lo trovo, il dolmen. Ce n’è uno solo, un solo dolmen. All’inizio è un po’ deludente questa cosa, non è neanche tanto grande, ma poi mi ci siedo dentro, e è grande abbastanza da potermici rintanare dentro rannicchiato mentre fuori si rimette a piovere. Ecco, vedi la magia del dolmen, ti permette di guardare la Bretagna rimanendo all’asciutto.
Anche gli imprevisti fanno parte del viaggio in autostop. Per quanto si vogliano ridurre i fattori di rischio, non sarà mai possibile eliminarli del tutto. Poi non è detto che l’imprevisto non faccia parte, anche lui, di quel diverso modo di guardare che, nella sua predilezione per il secondario, include anche uno svizzero ubriaco al quale, in condizioni normali, non chiederesti mai un passaggio ma che, se ti trovi a Bolzano, di notte, ad una pompa di benzina, e devi raggiungere Merano, anche lo svizzero ubriaco, in quel caso lì, entra nella visione periferica. E ci entra anche un finlandese coi baffoni.
La storia del finlandese coi baffoni ed il suo goffo pseudo-tentativo di rapimento è un caso emblematico. E Pergola è bravissimo a raccontarlo, tenendo alta la tensione, come in un thriller anni ’80. Ma anche meglio, perché c’è qualcosa di molto realistico. Nella realtà, alle volte, quando il momento vira decisamente verso il thriller e ti sembra di essere finito in un film, e vorresti urlare e scappare, proprio come in un film, mantieni comunque il sangue freddo, rimani in allerta, una voce dentro di te continua a suggerirti di scappare ma lasci che a prevalere sia la razionalità. Lasci che la tensione si allenti e aspetti di vedere come va a finire. Il racconto di Pergola è proprio così, c’è la tensione, la voglia di scappare, ma la narrazione, se così posso dire, mantiene il sangue freddo, non smorza la tensione e l’ipotetico lettore, anche lui e continua a leggere per vedere come va a finire.
In effetti questo è un libro dal vago sapore anni ’80 (in senso positivo). Non solo perché, con ogni probabilità, molti viaggi qui descritti si svolgono negli anni ’80, ma anche per la presenza o assenza di una serie di particolari. Anche questa adesso devo spiegarla bene perché non so se si capisce. È una questione di atmosfera generale, di aria che tira nel libro, che è piuttosto un approccio alle situazioni e alle cose. E tutto ne risente.
Immaginavo soltanto tutti gli altri posti dove non ero e sarei potuto essere, in quel momento, come una sequenza veloce in fast-forward.
Ecco, il fast forward non può capirlo chi non ha usato VHS o musicassette.
Ma non è nemmeno questo, o solo questo, che intendo. Io parlo di una certa spregiudicatezza narrativa, priva di quel controllo, di quello scrivere un po’ di maniera che è venuto dopo, in cui perfino i tic sono controllati. Nello stile di Pergola tutto questo non c’è. È uno scavezzacollo: cambia registro, si rivolge al lettore, lo abbandona, passa dal discorso diretto all’indiretto in totale nonchalance, prende a parlare come il proprio interlocutore, ne assorbe la lingua, il dialetto e perfino l’accento.
E cosa c’entrano gli anni ’80? Permettetemi il paragone, c’è un po’ quell’estetica lì, spregiudicata, che non si nasconde. Che di certo sfugge alle mode contemporanee. Che nemmeno resta invischiata negli stereotipi del genere, nella mitologia on the road anni ’50 o nello scimmiottamento anni ’70.
Uno dei grandi meriti del libro è la totale mancanza della mitologia del viaggio. In un libro che si chiama “Passaggi” è una cosa fenomenale. Sicché l’esperienza dell’autostop non ha valore in sé, perché già vissuta o raccontata da altri, perché manifesto di una generazione alla quale richiamarsi con il semplice gesto del pollice. L’esperienza del passaggio è vissuta come un qualcosa che ha valore nel fatto di essere lì, fra alti e bassi, da soli o anche con un’altra persona, con la quale condividere il basso. Ha valore per il fatto che è una specie di ossessione, alla quale si cede, alla quale non ci si può sottrarre perché fa parte del nostro modo di essere.
E questo fa sì che tutte le persone che si incontrano in questo libro abbiano delle facce, ma delle facce vere, che si vedono, e non delle maschere stereotipate rubate a tanta letteratura di genere. Perciò tutto i passaggi che qui si raccontano hanno la stessa importanza. Non importa se sono passaggi presi in Arizona, in Cina oppure a Viareggio. Non importa neppure se sono passaggi presi in vacanza. Se non c’è la mitologia dell’autostop, e qui, grazieadio non c’è, allora val la pena raccontare anche uno spostamento breve, magari per andare a scuola, al liceo, magari quella volta che ci sei arrivato in mercedes.
E c’è un’altra cosa che manca nel libro: i consigli da manuale. Perché questo non è un manuale, né una guida. Se Pergola avesse scritto un manuale o una guida avrebbe dovuto occuparsi di ciò che si trova in primo piano. E avrebbe dovuto trasmettere il messaggio che le cose vanno fatte in un certo modo, seguendo delle regole precise. In questo libro, invece, orari, luoghi, macchine, compagnia, attese, tutto suggerisce che siamo dalle parti della libera improvvisazione.
Quello che invece non manca, in questo libro, sono le foto. Però anche lì, non sono foto belle nel senso comune del termine, o almeno, non sono belle foto di viaggio, di quelle scattate con delle macchine ad altissima risoluzione, con degli zoom potentissimi e dei colori che sono anche meglio dei colori originali. Sono delle foto rubate, scattate di fretta, che danno il senso di non voler perdere tempo dietro un obiettivo. Piccole foto scattate dentro un pick-up, con inquadrature che io definirei spontanee, dentro le quali ci finisce un po’ tutto, un pezzo di cruscotto, il tergicristallo, una porzione di strada, un volto sfocato… delle foto, quindi, che non hanno la funzione di farci vedere quant’è bello un certo posto oppure quanto è stato bravo Pergola a cogliere un certo momento.
Non sono nemmeno delle foto ricordo, perché per esempio, delle foto ricordo mostrano cartelli, persone, facce sorridenti con le mani alzate in segno di saluto, camere d’albergo, tavoli di ristorante. Le foto di Pergola mostrano quello che non varrebbe la pena di ricordare, come il guard-rail di una strada, non fosse che, magari, su quel guard-rail ha passato un intero pomeriggio. La particolarità, però, è che questo nessuno può saperlo, se non l’autore o chi ha letto il libro che però, alla vista del guard-rail, non potrà provare la suggestione di un’esperienza che non ha mai vissuto. In questo senso dico che non si tratta di foto ricordo. Sono come le sottolineature sui libri. Sottolineature di frasi che sul momento ci scappa di segnare, così, senza pensarci troppo, sentiamo che vanno evidenziate e però poi, a distanza di anni, non ricordiamo bene cosa ci aveva spinto a tirare la linea, anche perché, a rileggerle, ci appaiono assolutamente secondarie.

[Paolo Pergola, Passaggi. Avventure di un autostoppista, Exòrma 2013]

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